A.N.F.C.M.A. ORIGINI STORICHE
a cura di Alberto Cotrone · 29/10/26
Storicamente, durante i grandi conflitti mondiali (Prima e Seconda Guerra Mondiale), le vedove dei soldati caduti dovevano affrontare tempi di attesa lunghissimi, che andavano da diversi mesi fino a molti anni, prima di ricevere la pensione di guerra.
La conferma del decesso (certificato di morte) era il passaggio più critico. Se un militare moriva al fronte, la notifica ufficiale al Ministero della Guerra e al Comune di residenza richiedeva mesi. Nei casi in cui lo stesso risultava disperso, la legge imponeva finestre temporali di attesa ancora più lunghe per dichiarare la morte presunta, lasciando la famiglia in un limbo economico per anni.
Lo Stato effettuava controlli severissimi. Ad esempio, la vedova aveva diritto alla pensione solo se il matrimonio era stato contratto prima delle ferite o delle malattie che avevano causato la morte del soldato.
Alla fine delle guerre, la mole di domande presentate contemporaneamente da centinaia di migliaia di vedove e orfani paralizzava letteralmente gli uffici ministeriali.
Per evitare che le famiglie dei caduti cadessero in miseria assoluta durante i mesi o gli anni di attesa burocratica, lo Stato e vari comitati locali attivavano dei sussidi temporanei d’emergenza o acconti, gestiti spesso da associazioni combattentistiche e comitati di assistenza civile nati proprio durante la legislazione emergenziale del 1915-1918.
Nel libro “Sette anni di politica aeronautica,” pubblicato dal Maresciallo dell’Aria Italo Balbo nel 1936, che raccoglie e traccia un bilancio dettagliato del suo operato come Sottosegretario prima (dal 1926) e Ministro dell’Aeronautica poi (fino al 1933), rivolse il suo deferente pensiero alle oltre 500 vittime rappresentanti gli aviatori e il personale della neonata Regia Aeronautica caduti in incidenti di volo, esercitazioni o durante lo sviluppo tecnologico della Forza Armata.
Scelse deliberatamente di tributare questo omaggio per sottolineare l’altissimo prezzo di sangue pagato dai suoi uomini per portare l’Aviazione Italiana ai primati mondiali e al successo delle grandi crociere collettive, evidenziando il legame profondo che lo univa ai suoi subordinati.
Balbo, che era stato il principale artefice della modernizzazione e del prestigio internazionale della Regia Aeronautica (attraverso le celebri trasvolate di massa), era profondamente consapevole degli altissimi rischi legati al volo dell’epoca.
Avendo vissuto in prima persona la perdita di numerosi compagni durante i raid e i test tecnologici, considerò prioritario strutturare un welfare specifico e un solido riconoscimento morale per le famiglie di chi si era sacrificato per il progresso aeronautico italiano. Pertanto propose la fondazione dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti dell’Aeronautica– istituita ufficialmente dal Re Vittorio Emanuele III con R.D. n. 2226 del 27 ottobre 1937 – principalmente per due motivi centrali legati al suo ruolo e alla sua visione della Regia Aeronautica:
- fornire assistenza e tutela morale e materiale: Balbo volle creare un ente ufficiale e indipendente espressamente dedicato a riunire e assistere le famiglie degli aviatori caduti in servizio o che avessero riportato menomazioni permanenti nello svolgimento delle attività di volo;
- esaltare il sacrificio e preservare la memoria: l’Associazione nacque con lo scopo di esaltare il valore e il sacrificio di chi aveva perso la vita per la giovane Arma aerea, raccogliendo materiale storiografico e tutelandone il ricordo.
Fu lui stesso a ricoprire la carica di primo Presidente Nazionale dell’Associazione dal 1937.
Il R.D. n. 1629 dell’11 agosto 1939 modifica la denominazione dell'Ente in Associazione Nazionale fra le Famiglie dei Caduti dell'Aeronautica e fra i Mutilati del Volo.
Con D.P.R. del 29 gennaio 1951, n. 176 l’Associazione viene definitivamente denominata Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Mutilati dell’Aeronautica (A.N.F.C.M.A.).
La conferma del decesso (certificato di morte) era il passaggio più critico. Se un militare moriva al fronte, la notifica ufficiale al Ministero della Guerra e al Comune di residenza richiedeva mesi. Nei casi in cui lo stesso risultava disperso, la legge imponeva finestre temporali di attesa ancora più lunghe per dichiarare la morte presunta, lasciando la famiglia in un limbo economico per anni.
Lo Stato effettuava controlli severissimi. Ad esempio, la vedova aveva diritto alla pensione solo se il matrimonio era stato contratto prima delle ferite o delle malattie che avevano causato la morte del soldato.
Alla fine delle guerre, la mole di domande presentate contemporaneamente da centinaia di migliaia di vedove e orfani paralizzava letteralmente gli uffici ministeriali.
Per evitare che le famiglie dei caduti cadessero in miseria assoluta durante i mesi o gli anni di attesa burocratica, lo Stato e vari comitati locali attivavano dei sussidi temporanei d’emergenza o acconti, gestiti spesso da associazioni combattentistiche e comitati di assistenza civile nati proprio durante la legislazione emergenziale del 1915-1918.
Nel libro “Sette anni di politica aeronautica,” pubblicato dal Maresciallo dell’Aria Italo Balbo nel 1936, che raccoglie e traccia un bilancio dettagliato del suo operato come Sottosegretario prima (dal 1926) e Ministro dell’Aeronautica poi (fino al 1933), rivolse il suo deferente pensiero alle oltre 500 vittime rappresentanti gli aviatori e il personale della neonata Regia Aeronautica caduti in incidenti di volo, esercitazioni o durante lo sviluppo tecnologico della Forza Armata.
Scelse deliberatamente di tributare questo omaggio per sottolineare l’altissimo prezzo di sangue pagato dai suoi uomini per portare l’Aviazione Italiana ai primati mondiali e al successo delle grandi crociere collettive, evidenziando il legame profondo che lo univa ai suoi subordinati.
Balbo, che era stato il principale artefice della modernizzazione e del prestigio internazionale della Regia Aeronautica (attraverso le celebri trasvolate di massa), era profondamente consapevole degli altissimi rischi legati al volo dell’epoca.
Avendo vissuto in prima persona la perdita di numerosi compagni durante i raid e i test tecnologici, considerò prioritario strutturare un welfare specifico e un solido riconoscimento morale per le famiglie di chi si era sacrificato per il progresso aeronautico italiano. Pertanto propose la fondazione dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti dell’Aeronautica– istituita ufficialmente dal Re Vittorio Emanuele III con R.D. n. 2226 del 27 ottobre 1937 – principalmente per due motivi centrali legati al suo ruolo e alla sua visione della Regia Aeronautica:
- fornire assistenza e tutela morale e materiale: Balbo volle creare un ente ufficiale e indipendente espressamente dedicato a riunire e assistere le famiglie degli aviatori caduti in servizio o che avessero riportato menomazioni permanenti nello svolgimento delle attività di volo;
- esaltare il sacrificio e preservare la memoria: l’Associazione nacque con lo scopo di esaltare il valore e il sacrificio di chi aveva perso la vita per la giovane Arma aerea, raccogliendo materiale storiografico e tutelandone il ricordo.
Fu lui stesso a ricoprire la carica di primo Presidente Nazionale dell’Associazione dal 1937.
Il R.D. n. 1629 dell’11 agosto 1939 modifica la denominazione dell'Ente in Associazione Nazionale fra le Famiglie dei Caduti dell'Aeronautica e fra i Mutilati del Volo.
Con D.P.R. del 29 gennaio 1951, n. 176 l’Associazione viene definitivamente denominata Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Mutilati dell’Aeronautica (A.N.F.C.M.A.).
